Abstract In this paper are exposed the results of a multidisciplinary preliminary geoarchaeological research carried out on the Bronze Age sites (Palma Campania facies) in the depositional area of <<Avellino Eruption>> volcanic products. Such results encourage to go on the working in order to define more detailed the geoenvironmental characteristics of Bronze Age-anthropized territory and the impact of Plinian eruption on it. In this study we note that the deep and radical modifications are localized in those area more proximal to the eruptive center caused by eruptive and erosional events occurred from Protohistorical Age to nowadays. Minor modifications, but the same importance, 'we note they have interested the archaeological sites area more distal from the eruptive vent and consequently the time needed to the re-anthropization of these sites are much shortest than those needed for the proximal sites. For the first time come to be examined the general geomorphology and stratigraphy of the Bronze Age sites deducing that the area where they are located has experimented, from the final Neolithic at least, a complex sequence of anthropic occupations (archaeological strata) and catastrophic events (volcanic eruptions especially). This fact aid to reflect on the man-environment interaction in those a:reas with strong volcanic risk, such as Vesuvian area, where the anthropization, for remote civilizations especially, was directly related with the local territorial resources exploiting or with re-establishing of these resources after every destruction.

Riassunto Con questo studio si può concludere, in maniera preliminare, che esiste una seria possibilità di sviluppo della ricerca geoarcheologica futura finalizzata alla ricostruzione delle condizioni geoambientali di quei siti archeologici del Bronzo antico posti nell'area interessata dai prodotti dell' <<Eruzione di Avellino>>. Questa conclusione nasce dalla constatazione che i siti archeologici esaminati non sono, come si supponeva, affatto pochi e mal distribuiti sul territorio ma anzi sono in buon numero e la loro presenza sul territorio risponde a precisi criteri, oltre che culturali, anche geomorfologici. Infatti, si assiste all'occupazione sistematica delle aree subpianeggianti, di pianura o pedemontane, con forti interazioni con le aree montuose, o a mezza costa sui rilievi, spesso immediatamente retrostanti. Si ubicano sempre in posizione dominante o strategica a controllo dei principali accessi che mettevano in comunicazione le aree antropizzate in pianura e costiere tirreniche con le aree dell'entroterra appenninico e da qui con le aree adriatiche. Dei siti esaminati alcuni sono montani e collinari, altri sono ubicati lungo le principali valli fluviali, altri sono sorti in luoghi pedemontani, sulla superficie di antiche conoidi alluvionali reincise. Tutti hanno in comune i caratteri di prominenza sulle aree circostanti e mentre la scelta dell'area insediativa sembra essere dovuta al tipo di cultura della comunità primitiva (motivi strategici, astrali, religiosi, agricoli, pastorali, etc.), la scelta del sito sembra essere avvenuta sulla base delle condizioni geomorfologiche del piccolo intorno o locali. Infatti, in quasi tutti i siti esaminati le locali condizioni geomorfologiche (suoli fertili, superfici subpianeggianti con ottimo drenaggio sotterraneo e superficiale, condizioni di buon approvvigionamento idrico, di buona difendibilità e visibilità e facilità di comunicazioni e trasporti) sono più che felici e tali che ancora oggi sorgono accanto a grossi centri abitati. Eccetto nelle aree di pianura, dove l'aggradazione piroclastica e vulcanoclastica dal Bronzo antico ad oggi è stata molto forte rendendo praticamente impossibile ogni investigazione diretta delle antiche superfici antropizzate, in tutte le altre aree è stata ricostruita una discreta successione stratigrafica di eventi vulcanici e sedimentari che documentano localmente una lunga interazione, cominciata già nel Neolitico finale, tra questi eventi, spesso catastrofici, e lo sviluppo degli insediamenti antichi. L' «Eruzione di Avellino>>, come quella del 79 d.C., ha avuto un forte impatto ambientale su tutti i siti esaminati (a San Paolo Belsito sono state rinvenute anche vittime umane di questa eruzione) causando per lungo tempo l'interruzione di ogni attività umana nei territori che ha direttamente interessato con i suoi prodotti. Con questo studio si è anche documentato come per una società primitiva, come quella del Bronzo antico (facies di Palma Campania), la cui economia era quasi esclusivamente basata sulle risorse geoambientali del territorio, gli effetti di una eruzione pliniana, appunto l' «Eruzione di Avellino>> , si sono rivelati letali al massimo grado tanto che il ritorno dell'uomo con le sue attività, ancora dipendenti dalle georisorse locali, nell'area colpita dall'eruzione è avvenuto dopo non meno di 230 anni nelle aree più distanti dal centro vulcanico e dopo circa l 000 anni in quelle più prossime. Chiaramente, questi sono dei tempi medi, anche se abbastanza lunghi, ma sufficienti per ripristinare le risorse territoriali locali tanto da riattirare nuovamente le attività dell'uomo su quel territorio. Possiamo definire questi i "tempi medi della ripresa delle attività antropiche" per un territorio colpito da un evento catastrofico come può essere una eruzione vulcanica pliniana. Nell'esame delle successioni geoarcheologiche investigate emerge chiaramente che i "tempi della ripresa" sono stati più lunghi quando hanno visto protagonisti (o vittime) le primitive civiltà del passato (Neolitico, Bronzo antico, etc.), fortemente dipendenti dalle locali risorse ambientali, e sono stati più brevi per le civiltà più recenti (romana, medioevale, etc.), sempre meno dipendenti dall'utilizzazione del territorio. Questi "tempi" sono praticamente nulli in epoca moderna se si considera che la città di Torre del Greco, quasi interamente distrutta, fu ricostruita praticamente sulle « ... lave ancora fumanti ... » eruttate dal Vesuvio nel Giugno 1794 suscitando stupore e perplessità in un uomo di straordinaria cultura come Sir William M. Hamilton (1795).

I siti archeologici del Bronzo Antico in Campania interessati dall'eruzione vesuviana delle "Pomici di Avellino": elementi geomorfologici e stratigrafici

RUSSO F
1999

Abstract

Riassunto Con questo studio si può concludere, in maniera preliminare, che esiste una seria possibilità di sviluppo della ricerca geoarcheologica futura finalizzata alla ricostruzione delle condizioni geoambientali di quei siti archeologici del Bronzo antico posti nell'area interessata dai prodotti dell' <>. Questa conclusione nasce dalla constatazione che i siti archeologici esaminati non sono, come si supponeva, affatto pochi e mal distribuiti sul territorio ma anzi sono in buon numero e la loro presenza sul territorio risponde a precisi criteri, oltre che culturali, anche geomorfologici. Infatti, si assiste all'occupazione sistematica delle aree subpianeggianti, di pianura o pedemontane, con forti interazioni con le aree montuose, o a mezza costa sui rilievi, spesso immediatamente retrostanti. Si ubicano sempre in posizione dominante o strategica a controllo dei principali accessi che mettevano in comunicazione le aree antropizzate in pianura e costiere tirreniche con le aree dell'entroterra appenninico e da qui con le aree adriatiche. Dei siti esaminati alcuni sono montani e collinari, altri sono ubicati lungo le principali valli fluviali, altri sono sorti in luoghi pedemontani, sulla superficie di antiche conoidi alluvionali reincise. Tutti hanno in comune i caratteri di prominenza sulle aree circostanti e mentre la scelta dell'area insediativa sembra essere dovuta al tipo di cultura della comunità primitiva (motivi strategici, astrali, religiosi, agricoli, pastorali, etc.), la scelta del sito sembra essere avvenuta sulla base delle condizioni geomorfologiche del piccolo intorno o locali. Infatti, in quasi tutti i siti esaminati le locali condizioni geomorfologiche (suoli fertili, superfici subpianeggianti con ottimo drenaggio sotterraneo e superficiale, condizioni di buon approvvigionamento idrico, di buona difendibilità e visibilità e facilità di comunicazioni e trasporti) sono più che felici e tali che ancora oggi sorgono accanto a grossi centri abitati. Eccetto nelle aree di pianura, dove l'aggradazione piroclastica e vulcanoclastica dal Bronzo antico ad oggi è stata molto forte rendendo praticamente impossibile ogni investigazione diretta delle antiche superfici antropizzate, in tutte le altre aree è stata ricostruita una discreta successione stratigrafica di eventi vulcanici e sedimentari che documentano localmente una lunga interazione, cominciata già nel Neolitico finale, tra questi eventi, spesso catastrofici, e lo sviluppo degli insediamenti antichi. L' «Eruzione di Avellino>>, come quella del 79 d.C., ha avuto un forte impatto ambientale su tutti i siti esaminati (a San Paolo Belsito sono state rinvenute anche vittime umane di questa eruzione) causando per lungo tempo l'interruzione di ogni attività umana nei territori che ha direttamente interessato con i suoi prodotti. Con questo studio si è anche documentato come per una società primitiva, come quella del Bronzo antico (facies di Palma Campania), la cui economia era quasi esclusivamente basata sulle risorse geoambientali del territorio, gli effetti di una eruzione pliniana, appunto l' «Eruzione di Avellino>> , si sono rivelati letali al massimo grado tanto che il ritorno dell'uomo con le sue attività, ancora dipendenti dalle georisorse locali, nell'area colpita dall'eruzione è avvenuto dopo non meno di 230 anni nelle aree più distanti dal centro vulcanico e dopo circa l 000 anni in quelle più prossime. Chiaramente, questi sono dei tempi medi, anche se abbastanza lunghi, ma sufficienti per ripristinare le risorse territoriali locali tanto da riattirare nuovamente le attività dell'uomo su quel territorio. Possiamo definire questi i "tempi medi della ripresa delle attività antropiche" per un territorio colpito da un evento catastrofico come può essere una eruzione vulcanica pliniana. Nell'esame delle successioni geoarcheologiche investigate emerge chiaramente che i "tempi della ripresa" sono stati più lunghi quando hanno visto protagonisti (o vittime) le primitive civiltà del passato (Neolitico, Bronzo antico, etc.), fortemente dipendenti dalle locali risorse ambientali, e sono stati più brevi per le civiltà più recenti (romana, medioevale, etc.), sempre meno dipendenti dall'utilizzazione del territorio. Questi "tempi" sono praticamente nulli in epoca moderna se si considera che la città di Torre del Greco, quasi interamente distrutta, fu ricostruita praticamente sulle « ... lave ancora fumanti ... » eruttate dal Vesuvio nel Giugno 1794 suscitando stupore e perplessità in un uomo di straordinaria cultura come Sir William M. Hamilton (1795).
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